Ecco, ci siamo. Incredibile finalmente mi rimetto a scrivere qualcosa!
Comunque, anche se le mie "opere" mi fanno cagare e non sono il massimo dell'originalità, mi sento in dovere di fare un piccolo
DISCLAIMER
SICCOME SONO STANCO DEI N00B CHE PASSANO E MI FREGANO IDEE E RACCONTI SENZA CITARNE LA FONTE, INFORMO CHE QUANTO POSTERO' QUI NON POTRA' ESSERE USATO SENZA IL MIO ESPLICITO CONSENSO (SCRITTO VIA E-MAIL) PER NESSUNO SCOPO. QUESTO SI APPLICA TANTO AGLI SCRITTI IN SE' QUANTO AI CONTENUTI, QUINDI ANCHE SE LO COPIATE E CAMBIATE LE PAROLE NON VE LA CAVATE.OVVIAMENTE non mi rifersco agli uteni abituali del forum

Scusate questo piccolo cappello introduttivo ma ho avuto brutte esperienze in passato, i morti di fame ci sono dappertutto purtroppo.

Non ho avuto il tempo ne di rileggerlo ne di riformattarlo per gli standard del forum quindi se c'è qualche errore segnalatelo per favore, grazie

ENCOUNTER
Per Gus era la prima missione da quando era arrivato ad Arcadia. E sapeva benissimo che prima o poi avrebbe dovuto combattere contro quei maledetti “cosi”, come li chiamava lui. A dire il vero non vedeva l'ora.
Un Opilione si era avvicinato alla zona di confine presso le rovine della città, probabilmente in avanscoperta. Un'azione clandestina ha successo se intorno vi è caos, così, anche se quella macchina non minacciava direttamente le basi di Arcadia , una squadra era stata inviata per distruggerla. Forse incontrando resistenza quei “cosi” avrebbero pensato che nelle vicinanze si nascondeva una base, e avrebbero perso tempo a cercarla. Un buon diversivo, pensò Gus, anche se avrebbe preferito che fosse stato mandato qualcun altro oltre alla sua squadra. Per giunta non avrebbero ricevuto nemmeno il supporto corazzato. Dovevano soltanto contare sulle trappole e sul proprio equipaggiamento.
“Questo è il punto” disse il comandante, fermandosi ad una diramazione della buia rete fognaria nella quale stavano camminando da mezz'ora.
“Ricordate il piano” proseguì, sussurrando: “La squadra Ade procede verso la piazza e arma gli esplosivi, le squadre Bia e Cerbero attirano l'Opilione a partire dal ponte verso la piazza. Quando gli esplosivi saltano voglio fuoco concentrato alla capsula, se riescono ad uscirne fate solo fuoco di soppressione, i cecchini della squadra Dedalo finiranno il lavoro. Tutto chiaro?”
Annuirono tutti.
“Bene. A partire da adesso silenzio radio. Un mezzo da trasporto Gorgone ci aspetta all'uscita B15. E' segnata sulla mappa. Se qualcosa va storto il rendez-vous è a quella posizione. Buona fortuna signori.”
Le squadre imboccarono i rispettivi tunnel velocemente ed in silenzio. Gus era assegnato alla squadra Bia, dal nome della dea greca della forza e della violenza. E d'altronde l'equipaggiamento che avevano in dotazione faceva fede alla dea mitologica: ognuno era infatti armato di un lungo fucile anticarro, pesantissimo, scomodo e a colpo singolo, ma in grado di sparare colpi esplosivi a velocità impressionanti. I proiettili erano di tali dimensioni da essere alloggiati in una tasca cosciale e nello zaino ma non in un caricatore. Ciò permetteva di liberare quel ferro da una buona dose di peso, ma d'altra parte lo svantaggio era notevole: bisognava ricaricare ad ogni colpo.
Marciarono con la melma fino alle ginocchia per circa un quarto d'ora, poi Goblin ( questo era il soprannome del caposquadra ) si fermò vicino ad una scaletta metallica. Cerbero invece proseguì per raggiungere la propria posizione.
“Gus, ispezione”
Senza dire una parola Gus salì lentamente la scaletta, ruotò una valvola e spinse verso l'alto il portello arrugginito, che si aprì cigolando rumorosamente. Sbirciò la città in rovina, immersa in un alone giallastro dalla polvere e dalla pallida luce del sole ormai verso il tramonto, ma non vide nulla di strano. Fece un gesto di assenso verso il comandante e aprì del tutto il boccaporto. Uscì completamente, ritrovandosi in mezzo ad un vicolo piuttosto largo, e respirò a pieni polmoni. L'odore di cenere che permeava la vecchia Tokyo era pur sempre meglio del tanfo marcio delle fogne.
Quando furono usciti tutti, Goblin si avviò senza dire una parola verso la fine del vicolo, dove passava la strada che si collegava al ponte.
Qui si inginocchiò e chiamò a se tutti gli altri. “Gus, Sarge e Romanov, voi rimarrete da questa parte della strada. Io, Claw e Knife dall'altra. La piazza dista circa mezzo chilometro verso ovest. Quando Cerbero smette di far fuoco cominciamo noi. Loro passeranno attraverso le fogne in una posizione più arretrata rispetto alla nostra. Quando ricominciano a sparare noi facciamo lo stesso finche non si arriva alla piazza. Poi vi posizionate nei punti stabiliti dal Briefing e seguite il piano.”
Goblin si sentiva sempre in dovere di ripetere all'infinito i briefing. Era un maniaco della precisione e adorava i piani ben riusciti.
“Noi facciamo solo da esca, niente azioni suicide”.
“Questa frase è un controsenso, Goblin” Disse Romanov, sorridendo. Goblin ricambiò con una sghignazzata.
Tutti presero posizione. Passarono cinque minuti. Niente. Dieci. Niente. Quindici. Il terreno prese a sobbalzare impercettibilmente. Si udirono dei tonfi soffocati in lontananza. Ogni minuto il suono aumentava, e con esso anche il tremore inquieto del suolo. Ad un certo punto questo si fece così forte che i ciottoli cominciarono ad andare a spasso da soli per il vicolo. Gus sporse la testa dall'angolo, guardando verso il ponte, e lo vide. Un Opilione, un macchinario alieno chiamato così per la sua somiglianza con quei ragni dalle zampe lunghissime e sottili, scavalcava palazzi e macerie dirigendosi verso di loro. Quella cosa gigantesca, alta più di quaranta metri, era indubbiamente un qualcosa di artificiale, ma si muoveva come se il metallo stesso fosse vivo ed elastico. Le otto zampe erano unite alla sommità da una capsula oblunga, una sfera schiacciata e lucente dalla quale non spuntavano protuberanze che potessero assomigliare ad armi. Gus ritirò lentamente la testa nel vicolo. Tremava, più scosso da quella visione che dal sussulto della terra. Era terribilmente nervoso. “Paura?” Chiese Romanov, ancora con quel sorriso sulla faccia.
“Al diavolo” Fece Gus. Poi un colpo partì, con un fragore seguito dall' urlo lacerante del proiettile che fendeva l'aria. Cerbero aveva aperto le danze.
Romanov smise di sorridere e tolse la sicura. Ora sembrava un'altra persona. Il fragore dei fucili alleati fu presto coperto dalla risposta aliena. Gus si sporse nuovamente. Ora l'Opilione era ritto e se possibile ancora più alto, e dalla capsula si propagavano lunghe fiammate azzurre accompagnate da suoni orribili. Di tanto in tanto attorno al macchinario delle palazzine crollavano, sventrate da una forza invisibile, e fiumi di fuoco si riversavano nelle strade. Ad un certo punto vi fu silenzio.
“E' il momento, via via via!” Sarge scattò verso l'angolo opposto della palazzina e fece fuoco, seguito a ruota da Romanov. Gus mantenne la posizione e puntò “il maledetto coso”, premendo il grilletto. Vi fu un rinculo violento ed una nube di polvere si sollevò intorno a lui. Certo quelle armi erano potenti, ma per abbattere un Opilione ci sarebbe voluto ben altro. Rientrò nel vicolo e ricaricando poté sentire i colpi di Goblin e degli altri. Colpo in canna pronto, punta, spara. Non ebbe tempo di eseguire l'ultima azione. Ora la macchina era molto più vicina, nel letto asciutto del fiume accanto al ponte. Vide sulla capsula come il riflesso di un occhio dipinto che lo fissava. Questi si illuminò di una fiamma azzurra ed improvvisamente la strada fu squarciata in una linea verso di lui. L'asfalto si sollevò e Gus ebbe a malapena il tempo di buttarsi al riparo. L'angolo dietro il quale era nascosto poco prima andò in mille pezzi.
Caronte ricominciò a sparare, ma la macchina sembrava ormai intestardita a finire la preda che aveva mancato per un soffio. Con un rapido movimento abbattè il palazzo che crollò sul fianco con uno schianto. Attraverso una fessura tra le macerie che gli erano piombate addosso Gus riuscì a vedere Romanov e Sarge che si infilavano fulminei nelle fogne attraverso il boccaporto. Strisciando provò a raggiungerlo mentre l'Opilione sopra di lui, avendolo perso di vista, tornò a concentrarsi su Cerbero. Gus si sentì in trappola: le zampe della macchina calpestavano e si abbattevano ovunque ed ebbe come l'impressione che da un momento all'altro sarebbe morto, schiacciato dalle macerie e dalla macchina aliena. Tuttavia, miracolosamente illeso e madido di sudore, riuscì a raggiungere l'imboccatura delle fogne e a buttarvisi dentro richiudendo il portello sopra di sé.
Sarge e Romanov dovevano già essere alla piazza, pensò, così si mise a correre tra la melma. Ma ad un tratto mise un piede in fallo sul fondo scivoloso e cadde nel disgustoso liquido. Lo zaino, rimasto strappato dopo tutto quello strisciare, riversò il suo contenuto -proiettili compresi- nel liquame. Ma Gus non se ne accorse, doveva raggiungere la sua posizione. Corse a perdifiato fino al portello della piazza, aprendolo. E nello stradino nel quale sbucò ritrovò i suoi compagni i quali, vedendolo così trafelato e coperto di merda dalla testa ai piedi, non riuscirono a trattenere un ghigno.
Ora la macchina era all'imboccatura della piazza. La trappola era scattata.
Le cariche da demolizione saltarono in rapida successione e ci fu un ruggito tremendo, seguito da un turbinio di polvere e macerie.
“E' fatta! E' fatta!” esultarono, vedendo i resti di una zampa metallica sparsi per la piazza. Poi vi fu un rumore orribile, l'asfalto si sollevò in direzione dell'edificio dove la squadra Dedalo era uscita per esultare. Pochi istanti dopo l'edificio stesso fu sventrato e due corpi vennero scagliati come da una mano invisibile verso l'alto. Dalla nuvola di polvere apparì la sagoma della macchina, gravemente danneggiata e priva di tre zampe ma ancora operante, volta verso Gus e gli altri.
“CORRI!”
Ancora quel suono, quella fiammata, ancora il rumore di asfalto rotto verso il cielo. Proprio all'ultimo momento Gus riuscì a rifugiarsi dietro la palazzina. Per ben due volte era sfuggito allo stesso modo ad un Opilione, ma fu come se un treno gli fosse passato a bruciapelo. Lo spostamento d'aria gli fece perdere l'equilibrio. Cadendo si girò e vide la sagoma di Sarge, rimasto dietro di lui, in balia di quest'arma invisibile, scagliata contro un muro, gli arti rotti in una posizione innaturale. La macchina si voltò nuovamente verso la piazza dove le altre squadre provavano a dare un diversivo. Gus, accecato dalla rabbia e quasi paralizzato dallo shock, reso incosciente da quella terribile scena tornò nel vicolo, puntando il fucile e facendo fuoco. Cercò un colpo per ricaricare, non sapendo che li aveva persi tutti poco prima. Sulla capsula un occhio si voltò verso di lui. Quasi senza pensare si lanciò verso il corpo di Sarge, aprendogli lo zaino e prendendo l'unico proiettile rimasto. Ricaricò alla velocità del fulmine. L'occhio si aprì, vedendo Gus che prendeva la mira. Entrambi fecero fuoco all'unisono. La fiammata azzzurra che stava per partire dall'occhio metallico, colpito nel mezzo, invertì improvvisamente direzione e la capsula della macchina aliena esplose proiettandone il corpo metallico all' indietro. Rimase così per qualche istante, barcollando al centro della piazza, poi vi cadde, ridotta ormai a poco più che un ammasso di metallo incandescente.
Gus era rimasto fermo, immobile davanti a quel magnifico spettacolo, sentendo solo il battito del proprio cuore in gola. A poco a poco tutti uscirono allo scoperto, avvicinandosi al relitto dal quale ora si levavano colonne di fumo azzurro e denso. Romanov si avvicinò, mettendo una mano sulla spalla a Gus, ma non disse nulla.
Tutti contemplarono per qualche istante la carcassa, poi qualcuno lanciò un grido di vittoria. Fu come se la gioia, repressa da una stanchezza sovrumana, fosse esplosa all'improvviso. Tutti si misero ad esultare, gridando e sparando in aria, abbracciando Gus.
Ad un tratto la carcassa si mosse di un movimento non proprio, cominciò a levitare verso l'alto, dirigendosi rapidamente verso l'esterno dell'atmosfera e scomparendo alla vista tra le grida di gioia dei soldati. Era questo che li rendeva invincibili. Non gli scudi, non le macchine, ma il fatto che qualsiasi mezzo distrutto venisse risucchiato all'interno della nave madre, riparato e rimesso in condizione di combattere in brevissimo tempo.
Tuttavia c'era qualcosa che non poteva essere rimpiazzato, e cioè gli alieni veri e propri, certamente morti all'interno della capsula, distrutti dalla loro stessa arma.
“Urrà per Gus il distruttore!”
“Urrà!”
Gus il distruttore... quel soprannome gli piacque indubbiamente molto.
“Torniamo ad Arcadia, distruttore!” gli disse Romanov, ironicamente.
“Si” sorrise: “Torniamo a casa.”
La teoria è quando si sa tutto ma non funziona niente. La pratica è quando funziona tutto ma non si sa il perchè. In ogni caso si finisce sempre a coniugare la teoria con la pratica: non funziona niente e non si sa il perchè.
{ ALBERT EINSTEIN }
LA PERGAMENA DEL BARDO
ARTS